I malati? Non solo «oggetto di cura» ma «protagonisti nella storia»

Sito: Avvenire

Angela Petitti, Silenziosi operai della Croce sabato 10 febbraio 2024

Per la Giornata del malato dell’11 febbraio, nei 40 anni della Lettera «Salvifici doloris» di Giovanni Paolo II, una rilettura del documento alla luce dell’eredità del Beato Luigi Novarese

Quando Giovanni Paolo II pubblicò la Salvifici Doloris, l’11 febbraio del 1984, quarant’anni fa, il Beato Luigi Novarese riconobbe in quel testo la sintesi di ciò che credeva e annunciava fin dal 1947, quando diede vita al Centro Volontari della Sofferenza. Dalla sua personale esperienza di dolore, con fatica ma con fede, aveva colto della sofferenza il mistero e la vocazione ad amare di più, e soprattutto la sfida a trasformare la sofferenza in attitudine creativa di vita e di azione.

Le innumerevoli riflessioni sul senso della sofferenza che Novarese pubblicava sulla rivista “L’Ancora”, da lui fondata nel 1950, si rispecchiano in tanti passaggi fondamentali della Lettera Apostolica. Ne vediamo alcuni.

La vastità dell’esperienza della sofferenza.

Scrive il Papa: “Può darsi che la medicina, come scienza ed insieme come arte del curare, scopra sul vasto terreno delle sofferenze dell’uomo il settore più conosciuto e, relativamente, più controbilanciato dai metodi del «reagire» (cioè della terapia). Tuttavia, questo è solo un settore. Il terreno della sofferenza umana è molto più vasto, molto più vario e pluridimensionale. L’uomo soffre in modi diversi, non sempre contemplati dalla medicina. La sofferenza è qualcosa di ancora più ampio della malattia, di più complesso ed insieme ancor più profondamente radicato nell’umanità stessa” (SD 5). Novarese in queste parole legge la sua storia personale: di giovane che sperimenta su se stesso, dall’età di 9 anni, una malattia devastante e incurabile a quei tempi, la coxite tubercolare ossea. All’età di 17 anni lo dichiarano spacciato. Insieme alla malattia fisica, il giovane Luigi sperimenta anche la notte della fede, quando ci si sente schiacciati dal destino e sembra non ci sia via di uscita; quando sei da solo ad affrontare una situazione complessa e comunque sai che è necessario non subire gli eventi ma prendere decisioni feconde di vita. Non si tratta solo di affrontare la malattia del corpo ma anche di sostenere la battaglia della speranza e della fede.

Questo ci porta al secondo punto importante condiviso dal Beato Novarese e il testo della Lettera: La parola della Croce. Scrive Giovanni Paolo II: “La Croce di Cristo getta in modo tanto penetrante la luce salvifica sulla vita dell’uomo e, in particolare, sulla sua sofferenza, perché mediante la fede lo raggiunge insieme con la risurrezione: il mistero della passione è racchiuso nel mistero pasquale. Cristo ci ha introdotti nel suo Regno mediante la sua sofferenza. E anche mediante la sofferenza maturano per esso gli uomini avvolti dal mistero della redenzione di Cristo” (SD 21). Maturare vita buona, vita offerta, nel mistero della sofferenza è il cammino di Novarese. Davanti al grande Crocifisso della cappella del sanatorio di Pietra Ligure, il giovane Luigi sosta molto tempo in preghiera. Dalla contemplazione delle ferite di Cristo, “rimaste aperte”, come scrive ai suoi associati, si riversa nella sua esistenza la comprensione (non di tipo intellettiva ma affettiva) dell’amore di Cristo: dalle sue piaghe siamo guariti; siamo rinviati alla vita e alle sue esigenze non in modo passivo ma nell’azione creativa propria dell’amore. Le ferite restano aperte, dice Novarese, non siamo mai risanati del tutto ma salvati sì. Salvati dall’egoismo, dall’accentramento su se stessi e propri problemi, dal ripiego sulle proprie sofferenze. Le ferite restano aperte perché venga rinnovato ogni giorno la preghiera per chiedere di essere risanati; per non dimenticare che la fragilità è la condizione che appartiene ad ogni persona e per ricordare che si può aiutare l’altro fragile solo se ci si mette sul piano della fragilità condivisa. Come ha fatto Cristo che, da ricco che era, si è fatto povero. n altro grande capitolo di questo Vangelo.

Così, maturati nel mistero pasquale ognuno può scrivere una pagina del Vangelo della Sofferenza: “Lo scrivono tutti coloro che soffrono insieme con Cristo, unendo le proprie sofferenze umane alla sua sofferenza salvifica. In essi si compie il Vangelo della sofferenza e, al tempo stesso, ognuno di essi continua in un certo modo a scriverlo: lo scrive e lo proclama al mondo, lo annuncia al proprio ambiente e agli uomini contemporanei. Nella sofferenza (la persona) diventa un uomo completamente nuovo. Egli trova quasi una nuova misura di tutta la propria vita e della propria vocazione. Allorché questo corpo è profondamente malato, totalmente inabile e l’uomo è quasi incapace di vivere e di agire, tanto più si mettono in evidenza l’interiore maturità e grandezza spirituale, costituendo una commovente lezione per gli uomini sani e normali” (SD 26). Scrivere con la propria esistenza una pagina del Vangelo, cioè essere inseriti nel mistero pasquale di Cristo e diventare suoi collaboratori è la proposta spirituale del beato Novarese. Se anche il corpo è malato, lo spirito invece vive e cresce e porta la persona sofferente ad integrarsi profondamento nella storia dell’umanità, facendo il bene. Si diventa così “soggetti di azione” e non solo “oggetti di attenzione e di cura”. L’invito apostolico di Novarese agli associati era forte per smuovere l’inerzia di certe situazioni e posizioni doloristiche. La volontà dell’uomo, compresa nel nome di “Volontari della Sofferenza”, si unisce alla volontà di Cristo che ha dato la sua vita, e alla volontà di Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvi. Missionari della sofferenza, si scrive e si riscrive la propria esistenza nel mistero pasquale, aprendo orizzonti di speranza e la volontà diventa vocazione, risposta pieno di senso.

Infine, la presenza della Vergine Maria: “Quasi a continuazione di quella maternità, che per opera dello Spirito Santo gli aveva dato la vita, Cristo morente conferì alla sempre Vergine Maria una maternità nuova – spirituale e universale – verso tutti gli uomini, affinché ognuno, nella peregrinazione della fede, gli rimanesse insieme con lei strettamente unito fino alla Croce e, con la forza di questa Croce, ogni sofferenza rigenerata diventasse, da debolezza dell’uomo, potenza di Dio” (SD 26). Nelle riflessioni del beato Novarese la Vergine Maria occupa un posto centrale. Sulla nuova maternità di Maria egli ha scritto pagine di intensa bellezza, invitando ogni persona sofferente ad affidarsi pienamente alle sue “mani pure” che proteggono, accarezzano, consolano e conducono a Cristo.

All’indomani della pubblicazione della Lettera, Novarese scrive al Papa: “Beatissimo Padre, con quanta riconoscenza diciamo alla Santità Vostra a nome di tutta la nostra comunità dei «Silenziosi Operai della Croce» e dei «Volontari della Sofferenza» un grazie profondo e sentito per la bellissima e stupenda Lettera Apostolica Salvifici Doloris. Facciamo nostro programma quanto Vostra Santità dice nella conclusione della Lettera stessa: «Chiediamo a voi tutti che soffrite, di sostenerci. Proprio a voi, che siete deboli, chiediamo che diventiate una sorgente di forza per la Chiesa e per l’umanità». Possiamo assicurarVi che tutta l’Associazione è protesa fin dal suo inizio ad offrire al Papa e alla Chiesa questo sostegno”.